L’èra del Travaglio bianco
Come diceva quel gran giardiniere dell’Apocalisse che fu Emile Cioran: “Nirvana, sì, ma non senza caffè”. Era, il suo, un modo molto occidentale per corrodere la temibile ingessatura di ogni disciplina iniziatica orientale applicata nella terra dell’occaso. O forse un espediente per mettere in luce burlescamente l’essenza non nichilista (il Nirvana) del nichilismo (il caffè). Franco Battiato, artista immenso e sfiorito, è riuscito due giorni fa a superare il maestro Cioran, invitando sul palco Marco Travaglio a cantare con lui “L’èra del Cinghiale bianco”.
10 AGO 20

Come diceva quel gran giardiniere dell’Apocalisse che fu Emile Cioran: “Nirvana, sì, ma non senza caffè”. Era, il suo, un modo molto occidentale per corrodere la temibile ingessatura di ogni disciplina iniziatica orientale applicata nella terra dell’occaso. O forse un espediente per mettere in luce burlescamente l’essenza non nichilista (il Nirvana) del nichilismo (il caffè). Franco Battiato, artista immenso e sfiorito, è riuscito due giorni fa a superare il maestro Cioran, invitando sul palco Marco Travaglio a cantare con lui “L’èra del Cinghiale bianco”.
Una mise au point preliminare è però necessaria. All’amicizia non si comanda e Battiato è amico di Travaglio nonché collaboratore del giornale che Travaglio vicedirige, il Fatto quotidiano. Libero di gorgheggiare con chi gli pare, sia pure in un concerto pubblico nel quale non ci risulta che la platea abbia poi così gradito la novità nient’affatto improvvisata, come invece sostiene incantato il giornalista collettivo (fortuna che esistono i compagni dell’Unità, che sul loro sito hanno doverosamente sbertucciato il nuovo Travaglio in versione “trombone di lusso”; ma a noi qui tocca il bersaglio grosso).
Una mise au point preliminare è però necessaria. All’amicizia non si comanda e Battiato è amico di Travaglio nonché collaboratore del giornale che Travaglio vicedirige, il Fatto quotidiano. Libero di gorgheggiare con chi gli pare, sia pure in un concerto pubblico nel quale non ci risulta che la platea abbia poi così gradito la novità nient’affatto improvvisata, come invece sostiene incantato il giornalista collettivo (fortuna che esistono i compagni dell’Unità, che sul loro sito hanno doverosamente sbertucciato il nuovo Travaglio in versione “trombone di lusso”; ma a noi qui tocca il bersaglio grosso).
Il vero punto è un altro, e chi conosca il musicista catanese dai tempi di “Pollution” o de “L’Egitto prima delle sabbie” non potrà non convenire: col principe dei mozzorecchi a mezzo stampa si può condividere uno stornello, un pezzaccio di retrovia, perfino una cover di De André (e già ci si avvicina al vilipendio), ma “L’èra del Cinghiale bianco” no. Il testo di questa canzone è un inno esplicito al ritorno dell’Età dell’oro della tradizione mediterranea, è il Satya Yuga di cui parlano i Veda, un mondo primigenio in cui uomini e Dei frequentano la stessa terra e lo stesso cielo, senza schiavi né padroni, con i frutti che crescono spontanei dagli alberi e le messi che imbiondiscono senza cura materiale e gli animali feroci mansuefatti. Lanciare questo messaggio ottativo con Travaglio dovrebbe apparire temerario addirittura a uno come Manlio Sgalambro, teorico del comunismo metafisico e già maestro filosofico di Battiato. E’ un po’ come se un lama tibetano si ritirasse in meditazione con Antonio Ingroia per ammanettare in condominio l’Assoluto. Forse c’è qualcosa di dadaista che a noi sfugge. E poi di nuovo: all’amicizia non si comanda. Però la voce della decenza bisognerebbe ascoltarla, anche da vecchi artisti sfioriti.